Alce Rossa|conversazioni ed incisioni

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Alce Rossa|conversazioni ed incisioni

Nel mio girovagare capita di imbattermi in esperienze emotive decisamente appaganti. È successo così che un paio di volte a settimana mi ritrovavo a passare davanti a un laboratorio artistico di Brescia, il Tangram, dove, oltre alla ceramica e alla pittura, spuntava anche un altro tipo di rappresentazione artistica: le incisioni. Sempre mi fermavo ad ammirare la loro forza, la loro semplicità disarmante, gustando le evocazioni che mi provocavano, con la loro freschezza d’infanzia, mentre parlano di sentimenti nel modo più semplice, delicato e spontaneo che ci sia, senza fronzoli, con poche parole, un’immagine che già parla di per sé, di sé. Racconti d’impatto, commoventi ed emozionanti, che ti scaldano il cuore, che ti rendono debole e pulito, come un foglio di carta bianca dove imprimerci sopra qualcosa che sia unico e durevole nel tempo.

Non potevo non incuriosirmi e conoscere il fautore di tutto questo. Non potevo, una volta fatta conoscenza, tenere per me questo confronto. Non potevo non raccontarvelo.

Lei è Irene, o meglio, lei è Alce Rossa.

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Alce Rossa: è proprio vero, i sentimenti li rendiamo complicati perché siamo chiusi nel nostro mondo, pensando di essere sempre i primi, i pionieri di tali sensazioni; li vediamo come montagne gigantesche ma in realtà se ci pensi, se riesci a ridimensionare tutto ti accorgi che sono cose semplici, cose che fanno parte della vita come mangiare, respirare e soprattutto sono tutte cose positive, anche i sentimenti più negativi sono comunque fondamentali nella vita, è il momento in cui sei veramente un essere umano.

 Andrea Palazzi: è difficile rappresentarlo però, e il fatto che tu ci riesca credo sia la chiave di volta, il successo emozionale delle tue opere.

 AR: ho impiegato molto tempo per raggiungere la semplificazione dell’opera, anche perché sono cresciuta con l’idea che un quadro per essere bello dovesse essere sofferto, molto lavorato. Quello che mi avevano insegnato in realtà. E quindi ho sempre fatto così, con risultati non troppo soddisfacenti. Poi ho capito cosa dovevo fare, in primis capendo che la rappresentazione era una cosa mia, che nessuno può insegnarti, ma che fa parte di te, della maniera in cui parli, in cui gesticoli. Qui poi arriva la parte di fortuna, il rendermi conto che quello che mi vivo io se lo vive molta altra gente e il tutto è stato liberatorio, perché condiviso. È l’empatia fondamentalmente che scatena il piacere ed il successo delle opere, ed è una cosa di cui abbiamo un bisogno folle.

AP: le tue opere sono dettate soltanto da uno sfogo artistico? C’è dietro un marketing ben preciso? E poi, a livello iconografico, perché hai scelto gli animali?

 AR: partiamo dalla fine. Non ho la passione degli esseri umani ed inoltre gli animali sono più iconografici per la rappresentazione. Ora che lavoro su commissione, lavorando il più delle volte per coppie che chiedono incisioni per la casa, ognuno si rispecchia in un animale, a seconda del carattere, di che lavoro fanno. Rendere le persone come animali è più facile. Per quanto riguarda lo sfogo artistico, sfogo non è proprio la parola adatta, perché mi da l’idea di qualcosa che fai soltanto per buttare fuori. Per me invece si può intendere come l’uovo per la gallina (ridiamo ndr), quel qualcosa da fare per natura, che ha un suo valore nutritivo. La tecnica invece è un’intuizione di mercato, perché mi permette di vendere lavori in serie, limitate ma pur sempre in serie; la parte di mercato va calcolata se ci vuoi vivere, direi che è importante ma secondaria nell’economia del tuo lavoro. Nel mio caso non devo vendere un’opera a molto, ma ne posso vendere di più a poco e raggiungere più persone. Io poi ho molto contatto con chi compra Alce Rossa, le persone mi scrivono, e mi rendo conto ancora di più di quanto bisogno ci sia di avere un rapporto tra chi fa e chi e compra. È lo scambio umano una delle determinanti. Mi piace moltissimo vedere le impressioni delle opere sulle persone, perché credo fermamente che ogni opera artistica sia per metà di chi la fa e per metà di chi la osserva.

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AP: quanto successo stai riscuotendo? Ti permette di essere un artista a tempo pieno?

AR: diciamo che sono molto fortunata, mi permette di viverci. Ma la parola artista mi risulta un po’ scomoda. Io mi sento un artigiano, un artigiano dell’immagine nel mio caso. Avendo poi studiato in Accademia di Belle Arti il fatto di avere acquistato un enorme senso pratico nel campo dell’incisione, di essere un artigiano appunto, è una grande conquista, anche perché durante gli anni accademici si guarda poco alla praticità, cosa che invece è molto importante nel tuo lavoro. Era importante conquistare una mia prospettiva e ci sono voluti anni per imparare a mettere in piedi un laboratorio, per confrontarsi con le persone, tutte cose che se me le avessero spiegate a monte ci avrei messo meno magari.

 AP: a proposito di laboratorio, cos’è il Tangram?

 AR: il Tangram è una realtà già esistente, io sono amica della fondatrice. Di base il gruppo è formato da tre persone, due ceramiste e un pittore, e sono loro che gestiscono lo spazio, organizzando mostre, corsi. Io avevo iniziato a fare corsi di incisione, e dopo tre anni di collaborazione alla fine quando gli si è liberato un posto ho chiesto di poter entrare a far parte del progetto, come ospite. Inoltre Brescia essendo una città che si sta risvegliando dal sonno industriale offre molte possibilità, e molto entusiasmo, molta libertà, anche perché nuova a tale sensibilità. Inoltre avevo bisogno di un ambiente sicuro dove poter lavorare e di una vetrina sulla strada, e il Tangram mi offre tutto ciò.

 AP: Come vedi il tuo futuro da artigiano? Farlo qui in Italia è stata una scelta o un’esigenza? Viste anche le poche agevolazioni riservate alla categoria, visto che stanno chiudendo tutti i laboratori d’artigianato e considerato anche che in Italia gli artisti, indipendentemente dal settore, hanno difficoltà ad emergere, non vengono considerati etc, cosa ti ha spinto a scegliere?

 AR: credo che ciò che fai sia a prescindere dal dove ti trovi. Il mio lavoro è talmente viscerale che potrei farlo ovunque, dallo sgabuzzino alla spiaggia tropicale. Non è influente il posto. Se parliamo di dove poter aver più fortuna non credo di poterne avere di più all’estero, perché non conosco l’ambiente, non ho contatti, proprio a livello pratico sarebbe difficile. Vedo tanti che partono a cercar fortuna all’estero ma senza un piano preciso, è avventato, vai proprio a cercar fortuna ed è difficile che funzioni. Puoi trovarne se già sai dove andare. Io avevo qui a Brescia la mia fortuna. In più lavoro molto bene se sono serena e qui (in Italia ndr) ho la mia serenità, che comunque ho raggiunto dopo vari tentativi. Purtroppo si pensa sempre di poter star meglio altrove e non dove si è; per carità questo pensiero ci permette di evolverci, ma ci fa anche star male, ci fa essere insofferenti. Non siamo alberi, sempre fermi, ma neanche nuvole, sempre in movimento.

Alce Rossa è pop, non commerciale, ma popolare. È semplicità e leggerezza, perché riesce ad alleggerire le montagne emotive e farle diventare sassolini (trasformati in incisioni stupende) da mettere in tasca per giocarci con le dita.

Quanti sassi potreste mettere in tasca quindi? Per scoprirlo non è necessario arrivare fino a Brescia, infatti è possibile ammirare, ed in caso acquistare, le opere direttamente sul sito www.alcerossa.com , dove scoprirete anche che le incisioni di Irene sono No Toxic, ovvero a basso impatto ambientale, grazie al recupero di tecniche incisorie antiche e a colori a base di soia.

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Autore

Andrea Palazzi

"Il passato è presente in ogni futuro". Andrea Palazzi scrive quello che i suoi occhi osservano e quello che la sua epidermide del cuore assorbe. Nelle sue recensioni traspare la continua ricerca tra l'esatta posizione delle cose e la loro giusta dimensione. Per lui l'arte è l'interazione emotiva tra chi crea e chi osserva.

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