Cannes 69 | K. Loach | I, Daniel Blake

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regia Ken Loach
con Dave Johns, Briana Shann, Hayley Squires, Dylan Phillip McKiernan

Compétition – Festival de Cannes 2016

Dopo l’Irlanda degli anni ’20 di Jimmy’s Hall, Ken Loach torna al presente, all’urgenza di un cinema che interviene nel vivo delle “questioni sociali”. Messi in fila, i suoi film sono una radiografia puntuale delle condizioni della classe operaia, delle trasformazioni e dei conflitti che agitano la società contemporanea. Ma sono anche una mappatura attenta della “geografia” inglese, di un paese che, nonostante le dinamiche globali, mostra ancora il permanere di tendenze localistiche, declinate sulle differenze economiche delle sue varie aree. Ogni regione ha la sua parlata, una sintassi peculiare. E il suo problema.

Stavolta siamo a Newcastle e al centro dei riflettori c’è la crisi del welfare, di un sistema previdenziale e assistenziale soffocato da una burocrazia fredda e ottusa. Daniel Blake è un falegname sulla sessantina. In seguito a un serio problema cardiaco, i medici gli hanno vivamente sconsigliato di lavorare. Da qui parte la sua odissea tra gli uffici della previdenza sociale, tra lungaggini amministrative e impiegati più o meno mal disposti. Tutti obiettano a Daniel che, secondo i loro parametri, è ancora in grado di lavorare. Quindi non ha diritto alla pensione. Senza stipendio e senza assistenza, cosa fare. L’unica è seguire la trafila burocratica e reinserirsi, almeno formalmente, nel mercato del lavoro.

Non esiste più lo stato sociale. Quanto meno non risponde più alle sue finalità sacrosante. Lo stato moderno si è trasformato in un apparato cieco e sordo, sorretto dalla indifferente regolarità tecnocratica dei suoi meccanismi di funzionamento. E l’individuo, in nome delle sue ragioni “singolari”, non può che innescare una guerra contro il sistema, un duello senza esclusione di colpi, ma sostanzialmente disperato. La scrittura del sempiterno Paul Laverty dona al personaggio di Daniel Blake la verve giusta a scaldare gli animi e i cuori e Loach trova nel protagonista, il bravissimo Dave Johns, un’altra fedele, autentica incarnazione della sua umanità proletaria, irriverente, sboccata, ma generosa e combattiva. Su queste premesse, per buona parte del film, il conflitto drammatico fa scintille, ha la velocità di un’ironia dissacrante e sovversiva. Come nel folgorante incipit, ancora una volta sul buio, un dialogo esilarante tra Daniel e la dottoressa dei servizi sociali. Sembrerebbe essere ritornati dalle parti del Loach più corrosivo e vivo, quello che va Riff Raff a La parte degli angeli. Ma, a mano che si va avanti, che si spengono progressivamente le forze e le speranze di Daniel, il quadro si fa sempre più cupo e desolato. Quelle dissolvenze in nero, su cui Loach chiude ogni scena sembrano quasi una resa al buio. C’è ancora l’utopia di un fronte comune, che, però, non è più fondato sull’unione di classe. È ormai trasversale, comprende immigrati che provano a sbarcare i soldi sfruttando internet e i prodotti cinesi, le ragazze madri che non sanno come mantenere i figli e tentano l’irreparabile, gli ubriaconi di strada. È il fronte degli ultimi, degli emarginati, degli esclusi da una società che non ammette eccezioni e rifiuti, di chi si ostina a non conformarsi alla spersonalizzazione dei rapporti. Tutto la scontro perdente tra Daniel Blake e internet racconta perfettamente la dittatura tecnica dell’era informatica e social. Ma al di là di queste forme di resistenza, la speranza sembra poca. Certo, nell’afflato di Loach non tutto gira a dovere. Forse c’è qualche pietismo di troppo, soprattutto nel rapporto tra Daniel e la giovane Katie. Forse il suo cinema si accontenta come sempre di ribellarsi nella sostanza e non nella forma, nell’illusione di essere il più popolare e trasversale possibile. E, così, si rischia di scontare il prezzo dell’attualità. Ma la lucidità, stavolta più che mai, è innegabile. E il senso di rabbia che ne viene fuori, è necessario.

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