Cannes 69 | J.P. e L. Dardenne | La fille inconnue

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la fille inconnue

regia Jean-Pierre e Luc Dardenne
con Adèle Haenel, Jérémie Renier, Olivier Bonnaud, Louka Minnella
produzione Les Films du Fleuve
distribuzione Diaphana Distribution

Compétition – Festival de Cannes 2016

La dottoressa Jenny Davin manda avanti un ambulatorio medico nella grigia periferia di Liegi. Una sera, dopo l’orario di chiusura, qualcuno bussa al campanello dello studio. Ma lei decide di non rispondere: “se fosse un’urgenza, busserebbero di nuovo”, obietta al giovane praticante intenzionato ad aprire. Eppure il giorno dopo si scoprirà che si trattava di una ragazza in fuga, in cerca di aiuto. Una ragazza trovata morta in riva al fiume. Per Jenny il senso di colpa è intollerabile. E così cerca di ricostruire in tutti i modi quel che è successo.

La Liegi dei fratelli Dardenne è, come sempre, piena di volti noti: Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, le fils, le gamin au velo. Ma, da un capo all’altro della storia, ci sono donne. Di pianeti lontani, un giovane medico in carriera e un’immigrata costretta alla prostituzione. Ma pur sempre donne. Come già era accaduto per Il matrimonio di Lorna, Il ragazzo con la bicicletta, Due giorni, una notte, è la donna a mandare avanti le cose, come se soltanto l’universo femminile fosse ancora animato da una spinta interiore, una forza propulsiva morale capace di vincere l’indifferenza degli uomini. Perché, come sempre accade nel loro cinema, per i Dardenne al centro della questione non c’è un problema di ordine sociale. Il fatto che si parli di periferie, di immigrazione e sfruttamento della prostituzione, può avere un suo peso rilevante. Ma passa in secondo piano rispetto alla vera questione, che è di ordine morale e riguarda la posizione del singolo rispetto al mondo, le scelte e l’agire concreto. Jenny rinuncia alla carriera, alle ricompense di una vita di successo, in nome di una scelta. Cosa la spinge? Il rimorso, la necessità di liberarsi da un peso, di espiare una colpa che la lacera? O, più al fondo, la coscienza di una responsabilità professionale e il dovere di non venir meno alla propria vocazione? Di fronte a un evento drammatico, Jenny riscopre la propria missione. Ed è in questo senso che acquista rilievo tutta la vicenda parallela dei suoi rapporti con il giovane praticante in crisi. C’è un momento in cui non si può voltare le spalle alla realtà e tirarsi indietro. E la lucida consapevolezza che ne deriva, non ammette ripensamenti, crisi, paure: tutti sentimenti che avrebbero un particolare effetto nella costruzione della psicologia del personaggio e nell’evoluzione drammaturgica della vicenda. Ma che verrebbero a compromettere proprio la dimensione morale in cui si muove il racconto. Il cinema etico dei Dardenne non ha cedimenti. Costruiscono intorno alla loro protagonista, Adèle Haenel, una storia che potrebbe essere perfetta per un polar. L’indagine, la periferia, la malavita e la desolazione quotidiana della città… Eppure frenano, in ogni istante, tutte le potenzialità spettacolari della vicenda, le mille tentazioni dell’atmosfera. Anzi, sembrano addirittura tornare all’essenzialità spoglia dei loro primi film, dopo l’ariosa libertà che dava nuova linfa alle loro ultime prove. La macchina da presa stretta sui corpi, l’inespressività bressoniana dei personaggi, niente musica. Solo azioni e dialoghi, costantemente interrotti dai “dispositivi”, telefoni, campanelli, citofoni, che agiscono come vere e proprie interruzioni, buchi neri che minano la struttura narrativa e congelano la tensione drammatica. Il meccanismo sembra incepparsi, muoversi a salti. Il rischio è di perdere quel trasporto passionale che faceva vibrare Due giorni, una notte. Ma resta intatta l’urgenza profonda della storia. Così come la necessità di questa lezione di rigore morale.

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