Carlo Cerciello | Scannasurice

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foto di Andrea Falasconi

di Enzo Moscato

regia Carlo Cerciello

con Imma Villa

scene Roberto Crea

suono Ubert Westkemper

musiche originali Paolo Coletta

costumi Daniela Ciancio

disegno luci Cesare Accetta

aiuto regia Aniello Mallardo

assistenti alla regia Tonia Persico e Serena Mazzei

produzione Teatro Elicantropo Anonima Romanzi e Prospet

 

17 marzo, Piccolo Eliseo, Roma

 

Dall’8 al 19 marzo al Piccolo Eliseo è andato in scena il capolavoro di Enzo Moscato Scannasurice diretto da Carlo Cerciello e interpretato da una grande Imma Villa in un sodalizio artistico che nel suo esito dimostra la sua ragion d’essere e che, non a torto, si è guadagnato il Premio della Critica nel 2015 come Migliore Spettacolo.

Moscato scrive e ambienta il dramma all’indomani del terremoto dell’80 che dall’Irpinia squassò Napoli e che qui rappresenta lo spartiacque sociale, culturale e politico della seconda metà del ‘900, raccontato in forma monologante da un personaggio decisamente fuori dagli schemi della napoletanità: Scannasurice, un femminiello dei Quartieri Spagnoli.

Napoli viene raccontata negli aspetti più veri e concreti, spesso dimenticati, della vita, delineando un’immagine assai lontana dalla melanconica bellezza eduardiana.

Di quella Napoli, ora squarciata dalla crisi strutturale ed etica dal terremoto, rimangono solo macerie di ideologie, sentimenti ed emozioni, in una metafora dell’instabilità esistenziale dei personaggi e degli spettatori di un’epoca che non si è ancora conclusa.

I temi si concretizzano scenograficamente in una struttura ipogea che colpisce subito per la sua monumentale e decadente bellezza: il proscenio è occupato solamente dallo scheletro di un palazzo a tre piani abitato da immondizia e topi, una sorta di basso napoletano abbandonato, grembo deserto, vuoto e rovinoso contenitore di Storia, ma anche fognatura, labirinto spettrale che ricorda i loculi di un cimitero.

Le scene di Roberto Crea unitamente alle varietà chiaroscurali create dal millimetrico disegno luci di Cesare Accetta e alle composizioni musicali di Paolo Coletta, trasportano in una dimensione atemporale fortemente evocativa e romantica, nel senso etimologico del termine, che già di per sé varrebbe il biglietto.

A ravvivare l’apocalittico quadro è la verve del protagonista, soprannominato Scannasurice, ammazza-topi, che, da amaro osservatore, delicato eppure violento, analizza l’umanità, mescola immagini simboliche e squarci di ricordi reali raccontando al pubblico le vicissitudini del quartiere, proprio come farebbe una tipica vecchietta dei bassifondi dal balcone di casa.

Infatti non solo la sua dimora, ma tutta la sua esistenza è “aggettante”, in bilico tra vita e morte, in perenne balia della sorte, della speranza di un miglioramento che viene puntualmente delusa o tarda sempre a realizzarsi.

Scannasurice, in un monologo tragicomico in vernacolo napoletano, parla ai surici con disprezzo e affetto, si rivolge ai napoletani, a noi che, proprio come topi, siamo tanto infimi quanto immortali nella nostra capacità di adattamento.

In una sorta di confessione cerca di risalire al senso della propria esistenza precipitando lo spettatore in momenti di profonda inquietudine per poi allietarlo con immagini poetiche di una tenerezza disarmante.

Si tratta infatti di uno spettacolo all’insegna del conflitto e dell’opposto, in cui i personaggi, pur appartenendo ai bassifondi, conversano in latino, sono maschera e persona contemporaneamente, in cui la verità di ogni gesto è ribaltata in un continuo alternarsi di odio e amore, paura e fascinazione, fede e culto dei morti, come dimostrano i racconti sul Muniacello e la bella ‘mbriana.

Il protagonista incarna perfettamente lo spirito napoletano in una forma totalmente paradossale, quella del travestito, a metà tra uomo e donna, figura quasi asessuata, sacra e allo stesso tempo ferina, simbolo androgino di completezza e allo stesso tempo emblema di quell’incompletezza interiore che accomuna gli esseri umani.

La scelta di questo tipo di portavoce è chiaramente metaforica e quanto mai efficace nella versione di Cerciello, proprio perché interpretato da una donna.

Imma Villa offre una prova d’attrice straordinaria di grande difficoltà: muovendosi continuamente in uno spazio claustrofobico si esibisce in un concerto di sfumature interpretative, varietà di toni e ritmi della voce di tale bellezza e armonia da distogliere quasi l’attenzione dello spettatore.

Il lavoro che il regista e l’attrice hanno realizzato sulla psicologia, la fisicità e la vocalità di Scannasurice è tanto credibile e accurato da aver dato vita, probabilmente, a una nuova maschera napoletana.

Moscato e Cerciello, entrambi partenopei, pur descrivendo i surice, i napoletani, con spietata crudezza in un atteggiamento di critica etico-sociale, ne disegnano un anti-oleografico elogio per quell’intrinseca capacità, tutta napoletana, di creare poesia anche dall’immondizia, grazie alla filosofia scanzonata del sapersi arrangiare e sopravvivere godendo del “miracolo del quotidiano”.

Non sempre gli spettacoli premiati dalla critica sono accolti dal favore popolare. Nonostante il limite linguistico, voluto dall’autore, dell’uso del vernacolo napoletano, non pienamente comprensibile ai poco avvezzi, tutti gli aspetti della pièce sono stati realizzati con tale maestria da non poter lasciare indifferente il pubblico il quale, da due anni, accoglie questa edizione di Scannasurice con grande entusiasmo e sincera partecipazione.

 

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