Daniele Salvo | Agame’ – Primo Studio Sentiero I – LSD

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di Giuseppe Manfridi

regia Daniele Salvo

con Tommaso Arnaldi, Martina Cassenti, Martina Corsi, Claudio Di Paola, Giulia Goro, Doron Kochavi, Elvio La Pira, Marco Marletta, Stella Mastrantonio, Roberta Russo, Daniele Santoro, Virna Zorzan

 

21 gennaio 2018, Altro Spazio, Roma.

 

Agamè è la chiusura di un ciclo. Presentato presso lo Spazio Tiburno sulla via Tiburtina con la regia di Daniele Salvo, questo studio, da definirsi così poiché figlio di un sentiero intrapreso da dodici attori seguiti per un periodo di tre mesi da diversi professionisti del settore, offre agli spettatori contrastanti sensazioni.

Da una parte sta il frutto di un percorso che rende il coro degli attori pregno di svariate doti tecniche da mettere nella propria valigia e a cui attingere nel prossimo futuro professionale, quindi una dimostrazione effettiva che la possibilità di incontro fra giovani performer e pedagoghi del settore sia un’amalgama che funziona. In questo il progetto LSD vince, testando le capacità affinate a chiusura del percorso direttamente sulla scena. Dall’altro ovviamente sta il fatto che il prodotto non risulti prettamente adatto alla scena sia per il livello eterogeneo dei performer – che comunque avendo partecipato al progetto hanno il diritto di essere presenti – che per le scelte registiche attuate, che calcano un po’ troppo lo stile del saggio di fine corso. Prendendo in esame questo aspetto, lo spettacolo risulta ovviamente ripetitivo, poco capace di creare un’atmosfera inquietante quale un classico come quello di Eschilo può suscitare.

Indubbiamente gioca contro il testo di Giuseppe Manfridi, prolisso, verboso e profondamente difficile, sia alla comprensione degli attori stessi, obbligati alla ripetizione del testo, che degli spettatori presenti. Non poche volte le parole pronunciate risultavano scollegate al pensiero dei performer, poco pesate nelle loro bocche perché troppo intricate e contorte. Questo fa sorgere spontaneamente due domande: quanto c’è bisogno di drammaturgie che tentano di rielaborare i classici senza rielaborarli realmente, vestendosi solo in apparenza di nuovo? Quanto una drammaturgia del genere sia d’intralcio al lavoro registico e attoriale, pertanto poco malleabile al lavoro scenico e più adatta alla sola lettura? La difficoltà cui si è trovato davanti Daniele Salvo è evidente e lo porta a scelte registiche che si focalizzano principalmente sulla stesura di partiture di movimento corali a cui si contrappone un singolo, tralasciando purtroppo l’attenzione all’interpretazione di alcuni attori: la forza della scena si basa unicamente sul lavoro di alcuni – un plauso va a Martina Corsi, Clitemnestra sfiancata dagli anni di solitudine e dolore, rancore ben celato – e sulla dinamicità delle scene.

Il fatto che il lavoro sia in grado di suscitare riflessioni dimostra comunque che vi siano alla base delle radici sostanziose. Di certo, al giorno d’oggi ci sono alcune cose di cui si può fare a meno, anche se ci si trova nell’ambiente della sperimentazione.

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Autore

Redazione

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