Intervista a Francesco Leineri

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Francesco Leineri è un giovane compositore, pianista, polistrumentista e performer.

Si avvia alla conclusione del decennale percorso di formazione in composizione presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma, avendo arricchito nel corso degli anni il proprio bagaglio culturale tramite corsi e masterclass di vario genere (Accademia Filarmonica Romana, Maggio Musicale Fiorentino, Nuova Consonanza, etc.).

Rilevanti sono state le svariate esperienze di scrittura in ambito di musica per il teatro, ambiente nel quale Leineri opera sotto diversi punti di vista e da diversi anni in diverse parti d’Italia; riscuotendo apprezzamenti e commissioni da numerose realtà, emergenti e non. Il suo lavoro di musica destinata alla scena più recente è “A come Antigone”, eseguito da Tonino Battista e il PMCE all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per quintetto da camera e quattro voci recitanti. La sua colonna sonora originale per lo spettacolo 84 gradini – per pianoforte, violino e violoncello – di Giuseppe Mortelliti ha recentemente debuttato all’estero allo Spreckels Theatre di San Diego, in California.  Attualmente Francesco si prepara al debutto estero dello spettacolo di teatro fisico “Dreams of dreams”, diretto da Giovanni Firpo e già debuttato al teatro di Villa Torlonia a Roma ad Ottobre 2014: in questa occasione Leineri ha scritto ed eseguito dal vivo una colonna sonora per un vasto set di strumenti comprendenti vibrafono, pianoforte, fisarmonica, vari strumenti giocattolo, percussioni, live electronics interamente suonati dal vivo esclusivamente da lui. Lo spettacolo debutterà all’estero per l’UWE festival di Monaco dal 15 al 18 Ottobre 2015.

Ad oggi Leineri ha in attivo quattro suoi concert-in-spettacoli: Tirez sur le pianiste (2011), Brusìo (2012), Confidence concerto (2014) e il recente Sonòriter armònikem melòdikes rìtmiken formàtikon (2015). Con questa particolare forma di concerto “spettacolarizzato” – comprendente note, parole, costumi e immagini per un solo compositore in scena – Francesco unisce le sue abilità di polistrumentista a quelle di performer, rivelandosi un artista a 360 gradi, drammaturgo di sé stesso e musicista a tutto tondo. I quattro concert-in-spettacoli di Leineri prodotti ad oggi hanno già riscosso un riscontro più che discreto in Italia, tramite piccole e medie tournèe e grazie ad un significativo incoraggiamento da parte di diversi spazi off del Nord e del Sud Italia e testate giornalistiche di critica teatrale e non solo.

Dai primi anni del Conservatorio Leineri consolida rapporti con diversi interpreti, coi quali continua a collaborare in formazioni da camera e/o soliste. Da musicista Leineri nutre interessi nel campo della sperimentazione e dell’improvvisazione radicale (di matrice free jazz, ma non solo), come pianista solista e in ensemble.

 

Per l’ascolto: https://soundcloud.com/francescoleineri

 

Francesco-Leineri

 

1.La musica è un linguaggio universale che permette all’ascoltatore di viaggiare attraverso spazi ultraterreni. Comunica atmosfere, e proprio queste atmosfere sono quelle che tu crei quando componi. In più di un’occasione la tua musica è diventata una vera e propria colonna sonora di alcuni pezzi di teatro contemporaneo, coniugandosi perfettamente con l’opera e con le sensazioni di essa, diventando parte del dialogo presente sulla scena. Cosa ti spinge verso questa ricerca?

Scavando nel processo creativo della musica destinata alla scena, più che di atmosfere preferirei forse parlare di un vero e proprio linguaggio sonoro che amo cercare nel testo, ma anche nei volti e nelle storie di chi è compagno delle note in scena. Così come in ogni spettacolo – o quantomeno nei lavori più nobili – si traccia un lungo e arduo percorso attoriale legato alla drammaturgia e allo spazio scenico, è necessario che si tracci nel rapporto con la musica un percorso costellato da confidenza e sinergia con una presenza invisibile che molte volte può apparire ingombrante, futile o addirittura autoreferenziale. Molti registi mi chiedono di scrivere drammaturgie musicali per testi che non la suggeriscono o – ancora peggio – di utilizzare mezzi o metodi conseguentemente impropri; così come più di una volta ho assistito ad ineccepibili messe in scena accostate a delle playlist ascoltate in riproduzione casuale sotto la doccia; o mi è capitato di far fronte ai più terribili fra gli accompagnamenti pianistici in scena, quasi da piano bar. Credo che la musica in teatro debba essere ponderata, giustificata e soprattutto vissuta: tutto il resto non serve, è kitsch, ridondante, uno spreco di energie. In molte drammaturgie invece la musica c’è, è presente anche se non indicata, e basta soltanto aguzzare la vista fra le righe e aprire le orecchie ai suoni del palcoscenico, con un pizzico di fantasia, per poterla scovare nel giusto capoverso o in quell’efficace azione fisica in cui si annida: dalla musica in scena, e non per la scena, credo che al giorno d’oggi ci possiamo aspettare molto, molto di più. Abbiamo la fortuna di vivere un periodo nel quale molte barriere stilistiche e formali sono state già profondamente abbattute: è un peccato non mettersi in gioco quando è il momento più giusto per poterlo fare, ed è ancora più impensabile che in questo desertico ground-zero fatto di precariato, mors tua vita mea, lobby e public-relation non si indaghi sulla radice profonda delle proprie scelte al fine di una scintillante fioritura. È per questo che insisto su questo versante con un fare un po’ donchisciottesco, a volte, non lo nego, facendomi anche del male.

2.Il concerto teatralizzato è sicuramente una delle tue caratteristiche. È un luogo in cui bazzichi in solitudine, dialogando con gli strumenti e le sonorità che crei: un soliloquio che vede un partecipante attivo l’eco di melodie e suoni composti. Come sei arrivato a questa fusione?

Giusto l’altro pomeriggio parlavo con un ufficio stampa delle mie “performance” in teatro, cercando di trovare una via di comunicazione efficace per descrivere un percorso variopinto e pieno di sfaccettature che però in me è nato con una naturalezza sconvolgente. Potrei dirti che mi hanno da sempre affascinato quei musicisti poliedrici e carichi di carisma che, senza sottovalutare dignità e sapienza musicale, sono riusciti a trasformare un ineccepibile e istruito gesto musicale in qualcosa di più, in un mondo nel quale immergersi che non è fatto necessariamente di sola musica: ora, non voglio né sottovalutare la potenza della musica cosiddetta “pura” e neanche pretendere di potere avere un’attitudine attoriale che sicuramente non possiedo. Chi mi ha visto in concerto dal vivo, però, sa che c’è quasi sempre un attimo squisitamente musicale nel quale un qualcosa si rompe, una sottospecie di quarta parete sonora, tramite una sottospecie di scarto. È come se al gesto prettamente musicale si fondesse un intervento quasi fisico – o “scenico” – sullo strumento o sulla musica che mi circonda: al proposito mi viene da pensare ad uno dei topos tipici del nuovo linguaggio musicale di ricerca, a quella scrittura musicale che è pensata mediante “gesti”, ovvero delle note – più o meno identificate – che implichino un’azione fisica dell’interprete influente sul suono, sulla sua identità e sul suo colore. Non c’è da stupirsi quando in certe partiture non venga neanche indicato lo strumento da suonare, ma venga invece richiesta la semplice presenza di un – citando testualmente – “performer”. Ecco, è in un certo senso questo l’ambito della riflessione che ha gettato embrionalmente le basi di questi miei lavori che chiamo “concert-in-spettacoli”. Potrebbe sembrare un’esasperazione di certi concetti musicali che però sento molto miei, e che al tempo stesso mi permettono di svincolarmi dalla calcificazione di un pensiero musicale, e farlo diventare mondo, parola, abito e modus vivendi. È un ulteriore pezzo di un grande puzzle che sto cercando di decifrare e comporre da tempo, ecco.

3.Allontaniamoci adesso dall’ambito “spettacolare” e di esposizione del tuo lavoro e concentriamoci su ciò che accade durante la creazione di questo, nel regno più intimo e privato di un artista. Cosa accade durante la composizione di un brano “puro”, che percorsi segue la strutturazione di questo? Verso quali esigenze espressive si muove il lavoro di un giovane compositore nel 2015?

Purtroppo la domanda necessiterebbe un saggio, più che una risposta sintetica ed efficace! Ognuno – fortunatamente – ha un suo modo di vivere il rapporto con la scrittura, che come ben saprai non è limitato soltanto ad un lavoro casalingo con carta pentagrammata e matita: c’è un rapporto con gli interpreti da coltivare, e prima ancora di questo è necessario capire il contesto entro il quale la propria composizione deve essere eseguita – se si tratta di un concerto – e con quali scopi. Proprio per questo non ho un metodo di scrittura unico, fortunatamente, o forse ce l’ho e non lo so…e comunque non lo vorrei sapere! Difficilmente mi capita di scrivere per passatempo, e ogni volta che impugno la matita è per una richiesta ben precisa o per mettere nero su bianco delle idee mai sviluppate, per provarle, per cimentarmi in nuove forme compositive e assemblaggi sonori fino a quel giorno mai affrontati. Fortunatamente la mia formazione, di tipo accademico, mi permette di avere un background di secoli e secoli di musica che è verosimilmente un inesauribile pozzo senza fondo. La quotidianità è un po’ tutta una palestra per non farsi mai trovare impreparati in qualsiasi circostanza, e – al di là di alcuni casi specifici, nei quali dietro il pezzo ci sia un’istituzione concertistica o un ensemble che abbia delle esigenze particolari – è fatta di appunti, di riflessioni interpretative con alcuni colleghi, di studio delle partiture da camera o orchestrali, di masterclass, di sessioni di registrazione in home-recording e di tanti ascolti. Amo molto andare ai concerti e comprare ancora i dischi; svelarmi avvezzo a qualsiasi tipo di circostanza lavorativa senza paraocchi di ogni sorta; girare in qualche bancarella alla ricerca di strumenti musicali malridotti o oggetti da far risuonare, se non addirittura costruirli a mio modo; parlare al telefono con i musicisti coi quali lavoro e magari dividere con loro le nostre paure e le nostre difficoltà, bevendoci su una o due buone bottiglie. La lama a doppio taglio dell’essere compositore oggi forse è un po’ questa, dal mio personalissimo punto di vista: nuotare in un mondo di musica senza rischiare di affogare, navigando a vista e senza dimenticarsi mai.

 

 

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Autore

Ludovica Avetrani

attrice, danzatrice, curiosa. caporedattrice delle sezioni di teatro e danza. odia le maiuscole.

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