J. Roach | L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo

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L-ultima-parolaL’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, Jay Roach, 124′

Produzione Groundswell Productions, Inimitable Pictures, ShivHans Pictures.

Distribuzione Eagle Pictures

@ al cinema dall’11 Febbraio 2016

Esistono film – normalissimi, se non addirittura mediocri – che hanno il privilegio di possedere il classico “Qualcosa”. Dicesi “Qualcosa” un particolare, all’apparenza poco rilevante, capace di farti immergere del tutto in ciò che stai vedendo. Una colonna sonora emozionante, una scena accattivante, un finale epico. Nel caso di Trumbo, senza alcun dubbio, un’interpretazione attoriale a dir poco magistrale.

La storia, tratta dalla biografia scritta da Bruce Alexander Cook, racconta le vicende dello sceneggiatore americano Dalton Trumbo, dichiaratamente comunista, il quale, durante gli anni della Guerra Fredda, si ritrovò perseguitato e costretto a lavorare sotto pseudonimo.

A firmare la regia del film è Jay Roach, già noto al pubblico mondiale per la trilogia di Austin Powers, Ti presento i miei e Mi presenti i tuoi? E che adesso si approccia a un racconto filmico molto meno disteso e, per certi tratti, scomodo. Sì perché, neanche a farlo apposta, Trumbo approda alla cerimonia degli Oscar proprio nell’anno delle polemiche filosessiste e razziali innescate dai volti noti di Spike Lee e Jada Pinkett Smith e che, esagerate o meno che siano, pongono finalmente degli interrogativi riguardo al concetto di meritocrazia in quel di Hollywood. Il divario tra cinema d’essai e cinema commerciale sembra al giorno d’oggi incolmabile e sia gli autori sia gli attori sembrano imbrigliati in questa spaccatura. Quale altro nome allora per illuminare le menti di coloro i quali stanno relegando la settima arte nel limbo del mero intrattenimento, se non quello dell’uomo che, pur emarginato da una nazione intera, è stato capace di vincere ben due fantomatiche statuette?

A dir il vero, nel film, Dalton Trumbo, salvo che per gli ideali politici, appare tutto fuorché un autore impegnato. Una figura controversa, che lotta per i diritti dei lavoratori, ma ama vivere nell’agiatezza. Un uomo che, trovandosi in condizioni economiche critiche, accetta di scrivere copioni per film pessimi pur di guadagnare. Ma è la sua resistenza di fronte agli atti d’oppressione comune che fa di lui un Artista. Dalton Trumbo  diventa metafora del buon cinema; quello che rompe le convenzioni.

E la metafora assume duplice concretezza sia attraverso l’uomo reale, sia attraverso la sua controparte attoriale: Bryan Cranston. Già particolarmente apprezzato per i ruoli del padre di Malcolm, nell’omonima serie TV e di Walter White in Breaking Bad, Cranston – anche regista, produttore e doppiatore – sembra non aver mai goduto del giusto riconoscimento che dovrebbe essere riservato ad una personalità così talentuosa. La sua voce pacata, le sue espressioni accentuate, le sue movenze delicate sembrano catapultarlo tra i papabili vincitori agli Oscar 2016 per il ruolo di “Miglior attore protagonista”. Senza nulla togliere alle pregevoli interpretazioni di Diane Lane, nel ruolo della moglie di Dalton, Cleo, e di Helen Mirren, nel ruolo della pettegola e americanissima Hedda Hopper, si può tranquillamente dire che il film senza l’incisiva presenza scenica del suo attore protagonista avrebbe ottenuto poco risalto. Nel complesso, infatti, Trumbo non eccelle né per virtuosismi tecnici, né per analisi storica; alla superficialità narrativa si tenta infatti di supplire attraverso qualche cinegiornale o trasmissione radiofonica.

Resta soltanto da attendere la cerimonia degli Oscar e vedere cosa accadrà. Non sia mai che Cranston debba ritrovarsi costretto a concorrere sotto pseudonimi vari.

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Autore

Dario Ciulla

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