REF 16 | Ann van Den Broek | The Black Piece

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photo Maarten Vanden Abeele

photo Maarten Vanden Abeele

Concept, Direzione, Coreografia, Lampada a mano Ann Van den Broek

Con Louis Combeaud, Frauke Mariën, Nik Rajšek, Emma Seresia e altri

Regia Camere Bernie van Velzen

Assistente Marie De Corte, Judit Ruiz Onandi

Composizione musicale Arne Van Dongen

Performance vocale Gregory Frateur

Scene Ann Van den Broek, Bernie van Velzen

Costumi Ann Van den Broek, Judith Van Herck

Trucco Jos Brands

Consulenza Marc Vanrunxt

Squadra tecnica Frank van Schie

Direttore di produzione Mirjam Zwanenbirg

Capufficio Ruth Bruyneel

Diffusione Ilse van Dijk

Booking internazionale Line Rousseau/A propic

6 Novembre 2016, Teatro Vascello, Roma

Il Romaeuropa Festival quest’anno ha proposto un focus sulla nuova danza olandese. Olandiamo ha portato all’interno dei teatri romani tre coreografi dei Paesi Bassi che hanno sviluppato un loro innovativo linguaggio coreografico. Un momento molto importante per la capitale, per conoscere realtà già affermate ma che hanno poco spazio nelle programmazioni italiane.

Tra tutte la coreografa Ann Van den Broek ha proposto al Teatro Vascello la sua The Black Piece, spettacolo del 2014, un manifesto di tutta la sua danza e il suo mondo coreografico.

La pièce, innovativa e suggestiva, prevedeva la quasi assenza di luce. Tantissime idee geniali hanno costellato la performance. Uno spettacolo straniante che ha portato a differenti livelli di percezione. Il tutto è incominciato nel buio totale, i danzatori si muovevano come ombre tra la platea, figure nere che si intravedevano tra gli spettatori, e che hanno spinto il pubblico ad uno sforzo di visione ulteriore. Gli occhi degli astanti abituati gradualmente a questa oscurità li hanno seguiti con tantissima curiosità e un pizzico di disorientamento. Fino a quando una lampada, portata a mano dalla stessa coreografa non ha incominciato ad illuminare parti di performer, momenti di brevi danze e dettagli, creando degli interessantissimi giochi di ombre sul fondale. Figure nere, vestite di nero, nell’oscurità, si ergevano anche triplicate nella loro trasposizione come ombra.

La parte più geniale ed interessante della performance è stata l’accensione di una videocamera che grazie ad un cerchio luminoso attorno all’obbiettivo seguiva i danzatori e li proiettava sullo schermo bianco posizionato sul fondale. L’effetto del video, che proiettava in bianco e nero, ha reso la performance ancora più intensa. Sembrava di assistere alla visione di un film di Lynch, il bianco e nero richiamava The Elephant Man, i primi piani, corredati da sguardi e presenze sceniche di un’intensità cinematografica, richiamavano i film muti.

Man mano che la performance continuava si capiva che in quell’oscurità e visione parziale i sensi dello spettatore erano amplificati, la visione dello spettacolo oltre a comprendere i 5 sensi conosciuti, attivava anche il sesto senso, quello dell’intuizione, dell’immaginazione. Nella testa si ricreavano, dalla visione parziale degli accadimenti in sala, intere scene generate dall’immaginazione.

Il confine tra il reale e l’immaginato diventava labile. Cos’era frutto della mente o frutto della visione frontale?

I controluce si sono accesi durante lo spettacolo solo poche volte per riprendere scene di danza all’unisono in riga sul proscenio, una danza animalesca e brutale che ha creato un contrasto tra i momenti intimi e offuscati del resto della pièce.

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Autore

Valeria Loprieno

Caporedattrice della sezione Danza e Teatro. Danzatrice, coreografa e insegnante di danza. Laureata con il massimo dei voti, in Lettere con indirizzo discipline dello spettacolo alla Sapienza di Roma. Scrivetemi a teatro@nucleoartzine.com

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