Teatri di Vetro | Bartolini/Baronio | Dove tutto è stato preso

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di e con Tamara Bartolini e Michele Baronio

drammaturgia Tamara Bartolini

scene e paesaggio sonoro Michele Baronio

suono Michele Boreggi

concept video Raffaele Fiorella

produzione Bartolini/Baronio |369gradi

coproduzione Teatri di Vetro festival/triangolo scaleno teatro

 

20 ottobre, Teatro Brancaccino, Roma

 

E’ andato in scena al Teatro Brancaccino Dove tutto è stato preso del duo Bartolini/Baronio, spettacolo intimista e accorato che naviga nella dimensione della precarietà esistenziale contemporanea.

La scena è spoglia, ci sono solo elementi di scenografia elementare che si scompongono e ricompongono nella durata dello spettacolo, manipolati dal vivo da Baronio come un bambino che gioca alle costruzioni: uno stendipanni a forma di albero dove sono appese delle canottiere per bambini che diventa un lettino culla, una minuscola cucina dove viene cotto un uovo, una città fatta di lego e tasselli di legno addobbata di lucine da albero di natale che diventa una città lunare.

In questo stato di precarietà e semplicità scenografica si inserisce una speculare precarietà e semplicità di narrazione. I due attori sono sé stessi, sono quotidiani sia nei gesti che nel modo di raccontare. Sembrano essere sorpresi a casa loro, e il discorso è costruito alla maniera delle chiacchere che si fanno tra amici o tra intimi; passare da un’argomento all’altro per un’invisibile associazione di idee, troncare il filo del discorso, riprenderlo e per moti concentrici trovarsi inconsapevolmente a trattare due o tre parole o temi fondamentali che sono necessari allo sviluppo del groviglio di pensieri, in questo caso: casa, protezione, tarli, bambini.

Queste sono le parole che animano il centro di questi discorsi ricalcati sul pensiero quotidiano. Sembra che l’operazione messa a punto dai due attori sia quella di ricreare un fittizio linguaggio semplice e solitamente espropriato di valore, che usiamo tutti i giorni in maniera spesso stanca e comoda, per mirare al cuore del disagio più intimo, al cuore dell’espropriazione di senso di cui proprio questo parlar stanco e povero è indice. Lo spettatore si rispecchia, si scorge nella sua intimità,si concede di fronte ai due attori di pensare in modo elementare al senso che hanno parole scrigno come casa, bambini e tarlo; e suo malgrado ne sente il peso e probabilmente la nostalgia (di tarlo chiaramente no, che qui è trattata come parola antagonista, metafora di un male capillare che ci pervade).

Viene da pensare che per quanto in parte lo spettatore venga portato  di fronte al cuore di un malessere condiviso, si possa ulteriolmente condurlo all’interno di questo processo, si possa rischiare di farlo stare più scomodo aldilà del disegno tracciato, ancora oltre. Che lo si faccia saltare, in qualche modo.

 

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