Veronica Cruciani | Due donne che ballano

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Due donne che ballano

di Josep M. Benet Jornet

regia Veronica Cruciani

con Maria Paiato, Arianna Scommegna

traduzione Pino Tierno

scene Barbara Bessi

musiche Paolo Coletta

luci Gianni Staropoli

31 marzo 2017, Teatro Vittoria, Roma

Il 6 dicembre 2016 il Teatro Vittoria ha compiuto 30 anni. Trent’anni di cartelloni che possono vantare tantissimi nomi di spicco e spettacoli di qualità. La stagione 2016/17 in particolare, si vede impegnata su temi civili e sociali che sono “di tutti e per tutti”, per citare lo slogan del teatro.

Due donne che ballano, di Josep M. Benet Jornet, ne è un bellissimo esempio.

Una storia tanto semplice nelle dinamiche quanto emotivamente complessa: un’anziana vedova – Maria Paiato -, sola e poco socievole, si ritrova  a dover convivere con l’idea di non essere più autosufficiente e, volente o nolente, usufruire dei servigi di una donna più giovane – Arianna Scommegna – che le fa da badante, su commissione della figlia.

Lo spettacolo ha inizio proprio con il primo incontro delle due donne, che si ritrovano nella vecchia sala da pranzo che ospiterà l’intera azione scenica.

La scenografia – di Barbara Bessi – pare scarna, ma estremamente ricercata: un tavolo e due sedie anni ’70 posti davanti ad una libreria che sembra dipinta sullo sfondo, tanto bidimensionali appaiono tutti i fumetti di cui è totalmente riempita. Sulla sinistra invece, una porta-finestra si allunga diagonalmente sino al proscenio, rispettando, insieme al palco – sovra-rialzato e in pendenza -, le regole della prospettiva pittorica, che fanno sì che l’intera scena assomigli ad un quadro all’interno del quale si muovono i personaggi.

Alle luci – di Gianni Staropoli – spetta dunque l’arduo compito di creare chiaro-scuri e giochi d’ombre che mantengano viva l’immagine pittorica, senza tuttavia abbandonare mai il senso di amara realtà che viene raccontata. Amara è infatti la vita delle due donne, che si presentano entrambe come acide, saccenti e scorbutiche: troppo simili per andare d’accordo, eppure così complementari da non potersi dividere.

Ritrovatesi all’interno di un appartamento che cade a pezzi, come la loro vita affettiva, si confessano i drammi che fino a quel momento hanno vissuto, legati agli uomini, devastanti e indifferenti, ma inevitabilmente ancora troppo presenti nei ricordi.

Due vite fatte di ricordi, piene di odio per la realtà quotidiana e l’ambiente circostante.

E’ il ricordo del figlio che ha costretto una promettente maestra elementare a preferire la cura degli anziani in casa, anziché il lavoro a scuola coi bambini; è il ricordo di una miserabile infanzia che spinge un’anziana signora a collezionare tutte le serie di giornalini che non poteva comprare da bambina.

Ed è quando la badante si presenta in casa con l’introvabile ultimo numero della serie che all’improvviso la collezione di giornalini è al completo, la corazza è stata scalfita, la ragione di vita esaurita.

Cosa succede quando si impiega una vita a ricercare ciò che non si possiede e poi, di colpo, ci si ritrova tutto davanti agli occhi, sistemato in ordine numerico in libreria?

Per merito di una persona in particolare, a cui, forse per la prima volta, non sei indifferente.

Eppure era un’estranea fino a pochi mesi, settimane, instanti prima.

Josep M. Benet Jornet in questo dramma dimostra a pieno titolo di essere uno dei massimi esponenti del teatro catalano contemporaneo. E un plauso va certamente alle due attrici che lo hanno magistralmente interpretato: scenicamente forti, tecnicamente impeccabili e molto verosimili.

Unico appunto è una smodata ricerca nevrotica nel corpo della Scommegna, che alle volte spiccava all’occhio attraverso l’insolita rigidezza delle mani.

Ineccepibile invece l’organicità fisica e vocale della Paiato, che neppure per un secondo è apparsa agli occhi del pubblico come attrice, bensì è riuscita a trasformarsi in una vecchia delle case popolari, autentica e verace, che per un’ora e mezza ci ha accolti in casa sua.

E noi la ringraziamo dell’ospitalità.

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